Il gioco pubblico italiano al bivio: perché le vecchie ricette non bastano più – Gambling Insights #37

Sigma 2025 con Cardia: restrizioni inefficaci, gettito -7% annuo. La riforma del gioco pubblico Italia passa da tech certificata, ESG rigorosi e regole UE

Il gioco pubblico italiano al bivio

A Roma, durante Sigma Central Europe 2025, Geronimo Cardia – avvocato cassazionista e voce storica del settore – ha aperto il panel sulla riforma con un dato che non lascia spazio a interpretazioni: dal 2011 a oggi il gettito erariale è calato di circa il 6-7% all’anno, mentre il gioco problematico non è diminuito in modo significativo. Qualcosa, evidentemente, non funziona. Le restrizioni orarie e le distanze minime dai luoghi sensibili non hanno prodotto gli effetti sperati. Anzi, secondo discussioni emerse durante l’evento, rischiano di alimentare proprio ciò che dovrebbero contrastare: lo spostamento verso canali illegali senza tracciabilità.

Ma le alternative esistono già, servono solo decisioni politiche concrete. Tecnologie di riconoscimento e autoesclusione, bilanci di sostenibilità certificati secondo parametri ESG, regolamentazione europea meno frammentata: tre leve che richiedono volontà, non solo buone intenzioni. Esaminiamo come questi elementi stanno ridisegnando il futuro del gaming pubblico italiano, senza nascondere limiti e contraddizioni ancora irrisolte.

Distanze e orari: quando la teoria non incontra la pratica

Chiudere le saracinesche alle 20:00 non impedisce a un giocatore problematico di spostarsi online su siti non autorizzati, disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro. Le restrizioni introdotte dal 2011 partivano da un presupposto logico – ridurre l’accessibilità riduce il rischio – ma la realtà si è rivelata più complessa. Studi comparativi europei mostrano risultati controversi sull’efficacia di queste misure, mentre l’esperienza quotidiana degli operatori racconta un’altra storia: punti vendita legali che perdono clientela verso il mercato nero, gettito fiscale in calo costante, risorse che si riducono proprio quando servirebbero per programmi di prevenzione e cura.

Durante i tre panel moderati da Cardia a Sigma – dedicati alla riforma, alla tecnologia contro il gioco patologico e ai bilanci ESG – esperti del settore hanno evidenziato come queste politiche abbiano penalizzato il comparto legale senza garantire tutela reale. Un punto vendita che rispetta vincoli orari e geografici compete con piattaforme offshore che operano senza limiti né controlli. Il risultato: gli operatori autorizzati subiscono il doppio danno, mentre l’illegalità prospera nell’ombra.

La tecnologia offre strumenti di controllo più granulari: sistemi capaci di identificare comportamenti a rischio indipendentemente dall’orario o dalla distanza fisica. Ma qui si apre un altro fronte, quello della privacy e dell’implementazione concreta su larga scala.

Riconoscimento comportamentale: tra potenziale e vincoli GDPR

Algoritmi che tracciano pattern di gioco anomali, telecamere con intelligenza artificiale per bloccare l’accesso ai minori, meccanismi di autoesclusione attivabili in tempo reale: tutto questo esiste già, almeno sulla carta. Il problema è passare dalla teoria alla pratica rispettando il GDPR, che impone vincoli stringenti su come raccogliere e processare informazioni personali – soprattutto quando si tratta di minori.

Report di settore confermano che alcuni operatori stanno sperimentando soluzioni concrete: sale gioco che utilizzano telecamere con AI per il riconoscimento facciale, piattaforme online che analizzano velocità di giocata e importi per segnalare utenti a rischio. Studi italiani e internazionali confermano che le tecnologie di tracking comportamentale possono aiutare, ma solo se integrate con sistemi di tutela della privacy certificati da audit di terze parti.

Il nodo cruciale resta l’interoperabilità. Ogni fornitore tecnologico sviluppa la propria soluzione, ogni operatore implementa il proprio sistema, mentre ADM deve inseguire decine di implementazioni diverse senza standard condivisi. Il registro di autoesclusione – già operativo nel gioco online – potrebbe essere esteso al territorio fisico, creando una rete di protezione più capillare. Ma chi certifica questi sistemi? Chi ne garantisce la trasparenza? Senza risposte chiare, la tecnologia rischia di diventare uno strumento di marketing più che una vera tutela.

ESG nel gaming: oltre la rendicontazione formale

I bilanci di sostenibilità stanno diventando uno standard richiesto non solo dai regolatori ma anche da investitori e consumatori. Le linee guida GRI forniscono un framework per rendicontare parametri come tutela dell’utente, salute pubblica, legalità, gettito fiscale e occupazione. Durante il panel su ESG e sostenibilità, Cardia ha sottolineato che il bilancio di sostenibilità ha pieno valore giuridico – equiparabile a quello previsto dal Codice civile – e dichiarazioni false o fuorvianti possono avere conseguenze legali.

Sulla carta è un’evoluzione positiva. Nella pratica, i grandi player stanno adottando bilanci certificati da enti esterni, ma gli operatori medio-piccoli segnalano costi elevati e difficoltà di implementazione. Il bilancio ESG rischia di diventare un privilegio per chi può permetterselo, mentre i competitor più piccoli restano fuori. Senza criteri di certificazione rigorosi e verifiche indipendenti, molti bilanci finiscono per essere esercizi di comunicazione aziendale più che rendicontazione sostanziale.

La sfida è passare da una logica di compliance formale a un impegno reale, con parametri misurabili e confrontabili nel tempo. Altrimenti si alimenta cinismo e sfiducia verso strumenti che potrebbero invece fare la differenza. Il settore del gaming deve dimostrare che la sostenibilità non è greenwashing ma parte integrante del modello di business.

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Il nodo europeo tra sovranità e armonizzazione

Ventisette Paesi, ventisette approcci: l’Italia vieta la pubblicità, Malta la incentiva, l’Olanda oscilla tra i due. Gli operatori legali non sanno più a quale tavolo sedersi. La Corte di giustizia UE riconosce agli Stati ampia libertà normativa, ma al contempo chiede strumenti comuni per contrastare violazioni transnazionali – soprattutto nel gioco online. Il risultato è una frammentazione normativa che crea incertezza competitiva e difficoltà di enforcement.

L’Italia ha completato il riordino del gioco online nel 2024 con la legge delega, ma il riordino del gioco territoriale resta in sospeso. Nel frattempo, operatori autorizzati competono con piattaforme offshore non regolamentate, che offrono bonus più aggressivi e sfuggono ai controlli fiscali. Questa situazione penalizza il mercato legale senza proteggere efficacemente i giocatori.

La proposta emersa da Sigma è fissare pochi principi generali a livello europeo – come la necessità di una presenza pubblica capillare, fisica e online, per garantire legalità e tutela – lasciando agli Stati il dettaglio operativo. Questo approccio ridurrebbe le disparità competitive mantenendo la sovranità nazionale su questioni culturalmente sensibili. Ma serve volontà politica condivisa e capacità di mediazione tra interessi divergenti.

Cinque leve per un riordino concreto

Gli operatori chiedono innanzitutto standard nazionali per i sistemi di riconoscimento comportamentale e autoesclusione, con audit di terze parti e interoperabilità garantita. Senza questo, ogni azienda va per conto suo e il controllore insegue cinquanta implementazioni diverse. La seconda leva è superare gradualmente le restrizioni orarie e geografiche sostituendole con questi sistemi tecnologici certificati.

Terzo punto: rendere obbligatoria la certificazione esterna dei bilanci ESG, con supporto pubblico per le PMI del settore che vogliono adeguarsi ma non hanno le risorse dei grandi player. Questo eviterebbe la polarizzazione tra chi può permettersi rendicontazioni certificate e chi resta escluso.

Quarto: promuovere linee guida condivise tra ADM e Commissioni europee per ridurre disparità normative e aumentare la fiducia nel sistema, con particolare attenzione all’enforcement transnazionale contro operatori illegali.

Quinta leva: affiancare agli strumenti tecnologici interventi sociali e formativi – campagne di prevenzione dedicate, helpline accessibili, collaborazione con il sistema sanitario nazionale. La tecnologia da sola non basta se manca una cultura della responsabilità condivisa tra operatori, istituzioni e utenti.

Decidere ora o rimandare ancora

Il settore del gioco pubblico italiano si trova davanti a una scelta netta. Continuare con restrizioni orarie, distanze minime e approccio punitivo significa accettare un lento declino di gettito, legalità e tutela reale. I dati del calo del 6-7% annuo del gettito erariale non lasciano spazio a interpretazioni: l’attuale modello non funziona.

L’alternativa è abbracciare un modello integrato dove tecnologia certificata, sostenibilità rendicontata con rigore e chiarezza normativa si rafforzano reciprocamente. Certo, i limiti esistono: rischi per la privacy, costi di implementazione, resistenze politiche, possibilità di greenwashing. Ma l’immobilismo ha un costo ancora più alto. Il rischio concreto è ritrovarsi tra cinque anni con le stesse restrizioni inefficaci, un mercato nero ancora più florido e un gettito dimezzato. A quel punto, la domanda non sarà più “come riformare”, ma “come salvare il salvabile”.

I prossimi mesi diranno se il settore ha il coraggio di evolversi o preferisce restare ancorato a logiche superate. Chi saprà proporre soluzioni equilibrate – tutela dei vulnerabili, trasparenza del mercato, sostenibilità economica – guiderà questa trasformazione. Gli altri raccoglieranno briciole in un mercato sempre più frammentato.

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