_10€ _10€ 50€ + 20% su ogni deposito
100€ 100€ 305€

Il Diavolo non veste più Prada: l’analisi del declino rossonero

Bottadiculo

12 luglio 2016: Mauro Tassotti, ultima bandiera rossonera rimasta in società, lascia il Milan. Nel frattempo le voci che dicono dell’interesse da parte di diverse cordate cinesi sull’acquisizione della maggioranza delle quote azionarie del Milan si fanno sempre più insistenti. Mauro, rossonero da quasi 40 anni però ha deciso di andare via. Proprio lui, che negli anni, tra i tanti ex, è stato uno tra i più coinvolti nei vari progetti tecnici che si sono avvicendati al Milan, prima come giocatore e poi quasi sempre presente in panchina al fianco degli allenatori di turno.

Adesso però ha deciso. Il Milan sta cambiando volto e lui non si rivede più in questo progetto. O magari vuol fare nuove esperienze e per far ciò deve cambiare aria. Questo è il passo che rappresenta più di tutti la fine di un ciclo di amore e passione. L’ultimo che se ne va. Da quel giorno, presto raggiungerà Kiev per la firma sul nuovo contratto che lo vedrà secondo allenatore al fianco di Sheva, nuovo CT dell’Ucraina.

Il Milan dei milanisti non c’è più

Non c’è più quella squadra che faceva paura al mondo, quella società che ha saputo crescere campioni come Costacurta, Boban, Donadoni, Baresi, Massaro, Maldini, e che sapeva attirare a sé col suo fascino da bella di notte gente come Gattuso, Seedorf, Nesta, Inzaghi, Pirlo, Baggio, Savicevic, Galli, Weah, Van Basten, Kakà, Gullit, Shevchenko e tanti altri ancora che hanno contribuito a rendere la bacheca del Milan la più ricca di titoli al mondo.

Nomi come quelli appena citati però avrebbero potuto dare molto allo sviluppo della crescita di un progetto societario che nel giro di una decina di anni si è invece spento perdendo di vista anche gli obbiettivi minimi per un nome del genere. Questi, all’epoca fenomeni, di contro hanno tutti trovato sistemazioni diverse e quasi sempre esterne al circuito Milan, dedicandosi chi ad altri club, chi alle televisioni, chi ritirandosi a vita privata, in molti snobbati dalla vecchia presidenza, che, senza alcun alone di riconoscenza, e solo in pochi casi isolati, aveva offerto a qualcuno di loro ed a furor di popolo, ruoli soltanto marginali all’interno dell’assetto manageriale del club.

Il Diavolo non veste più Prada

Questo è ciò che dopo oltre un decennio glorioso fatto di trofei e riconoscimenti, che hanno reso i rossoneri la società più vincente della storia, nel Milan post “Ancelottiano” è mancato più di tutti: la poca “Milanitudine”. Vogliamo chiamarla così. Ecco perché il Milan, il vecchio Milan, vestiva, prima, ma adesso non veste più Prada, riferendoci al famoso lavoro cinematografico di David Frankel, che si è dovuto servire di Meryl Streep per rendere la sua fatica da regista, un film pluricandidato all’Oscar, piuttosto che un remake di un romanzo semi-sconosciuto al mondo.

A dire il vero non si sa più letteralmente cosa veste, visto che nella tournée americana appena conclusa, se vogliamo dirla tutta, è stata abbandonata da alcuni sponsor tecnici e i giocatori si presentavano ognuno con i propri vestiti nei pre e post partita e negli allenamenti. Ecco, chiusa questa breve parentesi, viene da farsi due domande: nessuno di questi all’interno dell’asse societario avrebbe potuto contribuire ad evitare un declino simile a quello che la società sta attualmente vivendo? Oppure: può anche questo aspetto aver contribuito ad accelerare questo processo di degenerazione societaria?

Ariedo Braida: il vero uomo mercato

Probabilmente sì, visto che quando si parla di Milan, si sentono solo due nomi: Berlusconi e Galliani. Sicuramente la partenza di Braida (primo uomo mercato del Milan negli anni d’oro) ha contribuito e non poco a tutto questo. Lui sapeva scegliere, sapeva quanto spendere e sapeva trattare maledettamente bene da grande DS. Galliani (amministratore delegato) faceva le veci del presidente troppo impegnato nella carriera politica, per seguire da “vero” presidente la propria squadra, mostrandosi, troppo spesso, più tifoso che proprietario. Galliani era il suo alter ego, tra allenamenti, trasferte, coordinamento del mercato e braccio destro della proprietà. In sostanza si faceva un gran parlare di Galliani e delle sue telefonate, ma il Milan d’azione, realmente, era Braida.

Poi, tu sei bravo, forse anche il migliore sulla piazza, (escluderei il forse, ma questo è un parere personale) ma sta di fatto che hai portato a Milano gente come Shevchenko, Pirlo, Gattuso, Kakà, e tanti altri che erano dei semi sconosciuti e adesso sono i migliori, per cui arriva la chiamata: il Barcellona, ti fa l’offerta della vita, e il Milan non fa nulla per trattenerti. Lo stesso Milan che sa spendere 30 milioni per Bertolacci (con tutto il rispetto, ma non ha dimostrato di valerne neanche la metà), sta lì, all’uscio della porta, a salutarti come una madre fa col figlio, prima che questo salga sul pullman per partire per il militare. Con la consapevolezza stavolta di non rivederlo più, se non da avversario.

Bandiere ammainate troppo presto

La riconoscenza di una società verso figure che hanno contribuito a rendere grande un club nel mondo, non si misura dall’atto di richiamare in rosa un Kakà o un Balotelli che ti avevano mollato per scelte puramente economiche, o un Boateng che al fianco di Ibrahimovic camuffava i suoi limiti oltre agli esiti delle nottate bollenti di Milano a base di veline e paparazzate varie, e nemmeno sperimentando a proprie spese aspiranti allenatori come Brocchi, Seedorf e Inzaghi, sperando di scoprire in qualcuno di loro il nuovo Capello o Sacchi. Chi ti ha reso grande, conosce l’ambiente e ne tramanda usi e abitudini societarie e di spogliatoio alle generazioni a venire, grinta e attaccamento alla maglia, cuore e amore per i propri tifosi. Pertanto, chiunque esso sia, merita rispetto, commisurato magari ad un incarico altrettanto grande. Chissà che la nuova proprietà cinese non prenda in considerazione questo aspetto prima di rilasciare ufficialmente gli incarichi societari.

Zanetti, Pessotto, Rumenigge, Zidane, Cordoba, Conti, Rui Costa, l’elenco è lungo. Ci sarà un motivo.

Send this to a friend