La Cassazione ha riconosciuto la possibilità di fornire prova contraria contro le determinazioni induttive del PREU, ma per i gestori resta una zona grigia sul terreno pratico degli accertamenti. Come riferisce PressGiochi, con l’ordinanza n. 24511/2025 la Suprema Corte ha stabilito che la determinazione induttiva del PREU non è una presunzione iuris et de iure e che il contribuente può provare il contrario, compreso il quantum dovuto.
Nel contesto italiano questo rilievo giudiziario è particolarmente rilevante perché gli uffici finanziari, secondo quanto emerge, recuperano le informazioni anche risalendo ai precedenti proprietari tramite i codici idsk. Ne deriva che un apparecchio dismesso o venduto può restare al centro di accertamenti PREU per anni dopo la cessazione dell’esercizio, con evidenti riflessi per operatori, concessionari e consulenti fiscali.
Un altro elemento che alimenta la controversia è la prassi degli uffici di applicare l’imponibile forfettario previsto dalla norma, ossia 3.000 euro al giorno moltiplicato per 365 giorni, anche nei casi in cui i contatori degli apparecchi risultino leggibili. Gli ispettori hanno infatti talvolta dichiarato inattendibile il dato di contatore, preferendo la valutazione induttiva.
L’ordinanza della Cassazione e il riferimento normativo all’articolo 1, comma 646, della legge 190/2014 offrono però una porta di uscita: la norma prevede che, se il contribuente fornisce prova documentale contraria, l’imponibile vada moltiplicato per i giorni di operatività comprovata. La Corte ha inoltre chiarito, nella pronuncia di gennaio 2026 richiamata nell’ordinanza, che la prova contraria deve essere documentale, solida e coerente con le regole tributarie.
In pratica, per ottenere tutela efficace i gestori devono mettere in ordine la documentazione che attesti la dismissione, la vendita o i periodi di inattività degli apparecchi, oltre a conservare le letture dei contatori e i documenti che colleghino in modo univoco i codici idsk alle rispettive operazioni. Resta però aperta la questione pratica: finché gli uffici continueranno ad applicare rigidamente il forfettario dichiarando inattendibile la lettura dei contatori, ogni caso rischia di trasformarsi in contenzioso, con la necessità di valutazioni tecniche e legali puntuali.
Per operatori e consulenti la strada è quindi duplice: sfruttare il nuovo orientamento della Cassazione presentando prove robuste, e al contempo prepararsi a contestare in sede amministrativa e giudiziaria gli accertamenti fondati su applicazioni automatiche del forfettario.

